Spettacoli - MarionettesenzaFili

Tutti gli spettacoli prodotti dalla compagnia dal 1998 ad oggi

Eccovi tutte le produzioni della nostra compagnia, tutte corredate di locandine originali e programma di sala.
Per noi è un pò, come dire, il nostro album dei ricordi.....anche se stiamo ancora lavorando su questa sezione del sito...
 
♦♦♦ 


"Miseria Bella" di Peppino De Filippo 1932

 Due squattrinati artisti, il pittore Vittorio Floscio (Alberto Parsi) ed il più giovane scultore Eduardo Morelli (Giulio Nanni), vivono, se così si può dire, in una stanzetta in affitto in un palazzo alquanto fatiscente.

La fame e la debolezza accompagnano i due nelle brevi ma intense vicende che li vedono coinvolti nella disperazione del loro stato. Ed allora i due si barcameno, tra gag e battute, fingendosi grandi artisti dapprima con Pasquale il portiere (Massimiliano Bossi) e Gustavo il padrone del ristorante (Ernesto Colosimo), ed il benestante Nicola Melasecca (Valerio Giombetti) e la nobile signora Giulia (Ilaria Neri) poi.

Ovviamente incalzano una figuraccia dietro l'altra, riuscendo con difficoltà a reggersi in piedi per i morsi della fame.

Quando anche Giulia, alla quale era stato promesso un bozzetto va via dalla casa uno spiraglio di luce, sottoforma di cibo, illumina i due poveracci, ma…

 

La ricercata e realista scena è firmata da Luana Borro, impreziosita da tutti gli attrezzi di scena curati da Mara Mercuri. Consueto apporto al trucco e parrucco di Stefania Cau ed alla fonia/luci di Matteo Proia, il tutto orchestrato dalla sapiente mano del Direttore di Scena Silvia Perciballi.

"Sarto per signora" di George Feydeau (1886)

 Considerato, dopo Moliére, uno dei più grandi autori del teatro comico francese, Feydeau scriveva: "Se vuoi far ridere, prendi dei personaggi qualunque, mettili in una situazione drammatica e procura di osservarli da un'angolazione comica".

Spesso non sono infatti i suoi personaggi ad essere strani, ma lo sono le situazioni nelle quali essi si ritrovano. E i meccanismi con i quali le costruisce sono impeccabili, ingegnosi, perfetti.

Il 17 Dicembre 1886 "Sarto per signora" ottiene un grandissimo successo.

Prima commedia in tre atti di Feydau, venne scritta in realtà tra il 1882 e il 1883. Opera d'esordio di un autore ancora giovane, contiene personaggi che diverranno poi tipici nell'opera del commediografo francese.

E’ un testo costruito su clamorosi equivoci, vertiginosi colpi di scena e deliziose situazioni comiche.

Una coppia di giovani sposi, una suocera ingombrante, una schiera di amanti ed aspiranti tali e, naturalmente, un maggiordomo: i personaggi sono quelli della tipica “commedia degli equivoci”. Il risultato è una pochade a ritmo frenetico, con congegno verbale perfetto in cui l’incastro di dialoghi, giochi di parole, entrate ed uscite di scena ha una precisione matematica. Una bomba ad orologeria che nel finale, nel momento, cioè, in cui viene scoperto il gioco, esplode in una miriade di coriandoli e fuochi d’artificio.

Qui si narra di Molineaux, medico della Parigi di fine '800, che viene scoperto dalla moglie Yvonne in abito da sera , con la faccia stravolta, di prima mattina. In realtà Moulineaux ha passato la notte sul terrazzo di casa, dietro le finestre chiuse dal cameriere Stefano. Una notte “passata” con la sua bella cliente Susanne. Alla moglie Yvonne inventa di aver vegliato tutta la notte un amico di famiglia, Bassinet, che era in gravissime condizioni di salute. Ma dopo poco Bassinet suona alla porta...
Questo è solo lo spunto che porterà tutta una lunga catena di equivoci di irresistibile comicità nel quale saranno coinvolti tutti i personaggi: la suocera, il cameriere, l'affittuario invadente, la moglie dell'amico invadente, nonché l'amante, il marito dell'amante, l'amante del marito dell'amante, e clienti ambigue della sartoria.

L’attualità di questo commediografo francese, sta nel fatto che il pubblico di oggi, rivedendo i suoi vaudevilles, non li considera affatto come figli di un’epoca determinata, passata e superata, ma  coglie in essi una relazione con il presente e con la società attuale. Nelle sue opere, dove la parabola degli equivoci porta quasi ad un’assurda comicità tragica, vi è la chiave per capire molto teatro contemporaneo, le logiche conseguenze, i contraltari, le appendici deliranti, i commenti, i corollari, in autori fra i più disparati come Cechov, Wedekind, Beckett, lonesco, e Brecht stesso (in “Nozze piccolo borghesi”).

 

Un piacere firmare una regia “cucita” davvero sul cast che Marionette senza Fili propone in questa seconda produzione del 2012.

Perfetto il connubio tra gli storici maschietti della Compagnia (Alessandro Pinci, Alberto Parsi, Giulio Nanni, Bruno Annecchini), e ben sei femminucce che a due a due hanno storie diverse (Angela Pariota ed Antonella Capeto new entry; Beatrice Palumbo e Paola Canuzzi tornate dopo anni d’assenza; Mara Mercurio e Simona Proietti promesse uscite dai nostri Corsi di teatro), il tutto orchestrato dall’esperienza e la passione di Silvia Perciballi (Direttore di Scena), e dalla voglia di fare che Stefania Donati (anche lei valida promessa uscita dal vivaio dei Corsi) ha posto nell’inconsueti vesti di Assistente alla Regia. Ovviamente necessario l’apporto di Matteo Proia (Fonico) e Stefania Cau (trucco & parrucco), che vengono affiancati dall’attrice Ilaria Neri, che stavolta veste i panni di Attrezzista di scena per completare un cast davvero senza eguali.

 

Questo spettacolo lo dedichiamo alla Marionetta Daniela Benedetti, che prematuramente in gennaio ci ha lasciati dopo aver combattuto, e purtroppo perduto, la sua personale battaglia contro il Male.

                                                                                                                                                     il regista

Claudio Tagliacozzo

"LA STRANA COPPIA" di NEIL SIMON

NOTE DI REGIA

 

La più celebre commedia di Neil Simon “La Strana Coppia” (The odd couple) ha il suo esordio come spettacolo teatrale, regia di Mike Nichols, a Broadway il 3 ottobre ‘65 al Plymouth Theatre
di New York City.

I protagonisti, interpretati oggi dal duo Marrocco & Parsi, erano Art Carney nella parte di Felix,

 e Walter Matthau in quella di Oscar. La pièce venne poi allestita al Eugene O'Neill Theatre (1966-1967):

in totale ebbe 966 rappresentazioni continue.

La commedia è ambientata a New York negli anni sessanta: due divorziati, Felix e Oscar, diversi in tutto e per tutto, dividono un appartamento e si scontrano con i problemi di convivenza quotidiana,

dando vita a continue ed esilaranti gags di spassoso e sano divertimento.

Ne La strana coppia il più geniale e prolifico autore del teatro comico della seconda metà del '900 ci narra della difficile e alquanto complicata convivenza tra due uomini diametralmente opposti, offrendoci l'occasione per riflettere sulle fragilità e sulle nevrosi "metropolitane" dell'animo umano

e soffermandosi ironicamente sulla "middle class" americana.

La fonte di ispirazione dei spettacoli di Simon era suo fratello Danny, il quale era divorziato e viveva con un suo amico, anch'egli divorziato, per dividere le spese e salvarsi dagli alimenti;

come spesso accade nelle convivenze tra caratteri molto diversi, anche loro,

come poi faranno i due personaggi teatrali, iniziavano a non sopportarsi piu'.
In tutto cio', Simon vide subito una storia che avrebbe potuto avere successo e propose a suo fratello, anch'egli scrittore di commedie, di farne un soggetto cinematografico. Danny inizio' a scrivere qualcosa, ma vi dovette rinunciare rimandando a suo fratello Simon il compito di continuare al suo posto.

 
Dal teatro al cinema: Il film LA STRANA COPPIA

Nel 1968, visto il successo teatrale de La Strana Coppia, si penso' di farne anche un film.
La sceneggiatura era corrispondente a quella teatrale, solo il set era piu' vario: oltre all'appartamento di Oscar (ambietazione della versione teatrale) ora molte scene venivano girate in esterno.

Il ruolo di Cecily Piccione era di Monica Evans. Sia la Evans che Matthau presero parte anche alla trasposizione cinematografica della commedia stessa, negli stessi ruoli. Il Ruolo di Felix invece,

venne assegnato a Jack Lemmon, che lo interpretò magistralmente.

I coprotagonisti non sono solo un delizioso contorno alla storia, ma parte integrante della vita dei DUE; ed ecco che le caratterizzazioni necessarie degli altri, sono solo una forzatura al già diversissimo modo di essere degli stessi, nell’ottica di proporre tante diversità racchiuse in un unico sito.

Le due sorelle invece, svolgono in due un solo ruolo, ma che è comunque un modo diverso di essere.

Su questa diversità d’Essere si basa la regia dello spettacolo,

al fine di far uscire in pieno le intenzioni del geniale autore.

Mai come in questo testo alcune battute di classico humour anglosassone sono semplicemente acutissime

e mostruosamente ironiche, seppur non direttamente intuibili.

 

Il premuroso poliziotto Murray (Luigi Tullisi), il burbero Speed (Massimiliano Bossi), l’eccentrico Vinnie (Alessandro Pinci), le “strane” sorelle Piccione (Micaela Sangermano e, per la prima volta su di un palco con le Marionette senza Fili, Ilaria Neri), sono risultati perfetti nel supportare Alberto Parsi (Oscar Madison) e Giampiero Marrocco (Felix Hungar) che la natura (loro), prima di me,

ha unito in un duo perfettamente STRANO.

Vederli provare nell’interpretazione dei ruoli, è stato magnifico, proprio perché l’unica cosa che dovevano fare è stata imparare le battute, ed il nome degli altri: tutto ciò che invece ha comportato la fuoriuscita di due caratteri diversi, con i loro usi e costumi, è risultato spontaneo e con risvolti persino ludici.

Diversi non vuol dire estranei…diversi non vuol dire incompatibili…o forse si?

-----------------------------------------------------------------------------------------

La scena anni 60/70 di Rosita Bellotti è ormai un punto fermo di ogni mio spettacolo, impreziosita poi dalla Direzione di Scena di Francesco Lavorgna che, lasciati i panni di Victor Velasco

 in “A piedi nudi nel parco”, regala la sua attenta organizzazione alla causa comune.

Claudia Grasso cura i molteplici oggetti ed attrezzi di scena che, come per i costumi, sono scelti sempre con cura e minuziosa passione non solo dal sottoscritto, ma dall’Assistente alla Regia Federica Di Stefano, che passa in rassegna ogni mio minimo dettaglio, al fine di non perder nulla di ciò che comporta una regia così ampia, e migliorare quegli aspetti che ormai a volte adoro lasciare proprio al suo buon gusto.

Questo spettacolo, l’ultimo della stagione 2010 al Teatro di San Cesareo, segna il II° Memorial Giulanco, per non dimenticare la prematura scomparsa dell’Amico/Artista Franco Giulianetti che, inutile dire, sarebbe stato un perfetto Felix, nelle sue adorabili manie, e puntuali pignolerie.

il regista

"IL CLAN DELLE VEDOVE" - saggio del "II° corso di tesatro senior" delle Marionette Senza FIli

Il clan delle vedove è una commedia moderna e brillante, articolato in 2 atti, che ha riscosso grande successo in  Francia dove è andata in scena per la prima volta nel 1991, con protagonista la stessa autrice.
Il clan si viene a formare a causa dell'improvvisa e tragicomica morte di Jacques, marito di Rose.
La neo vedova, consolata dalle due amiche,
l'energica Jackie e la svampita Marcelle, viene presto a conoscenza di alcune novità che riguardano il defunto marito.
Le novità coinvolgeranno oltre a Rosa anche Jackie e Marcelle che intanto, insieme alla neo vedova, ci renderanno partecipi dei loro rapporti di coppia passati e presenti.
La commedia affronta con toni ironici il delicato tema della condizione vedovile, divisa tra rimpianti e disincanti, indugi della memoria e  conquiste di autonomia.
Rose, Jackie e Marcelle sono tre inseparabili amiche che insieme  formano questo clan esplosivo, sostenuto dalla reciproca confidenza e da spirito di solidarietà.
Lo stato vedovile è una delle poche caratteristiche comuni delle tre donne che, pur essendo molto diverse tra loro, si integrano alla perfezione e diventano un’entità da temere, sempre pronte ad affrontare nuove prospettive di vita.
Uno spettacolo tutto, o quasi, al femminile, dove tre ex mogli, vedove, scoprono la doppia vita tenuta ben nascosta dai loro cari estinti: figli illegittimi, amanti voraci, vizi e vizietti in me'nage paralleli.
E alla fine Marcelle, Jackie, Rose e il loro amato divano, capiscono che in fondo, essere vedove, non e' poi del tutto spiacevole.
Colpi di scena fino all’ultimo minuto…una cinica conclusione, ma molto realistica.
 
Un saggio definito tale solo per la caratteristica d’esser “lavoro di fine anno”, ma che tutto il cast ha intrapreso come un vero e proprio spettacolo da cartellone, vivendo professionalmente ogni istante della preparazione teorica e pratica dello stesso.
Sette donne, un uomo, ed un bambino, che creeranno situazioni comiche ed isteriche, paradossali, e grottesche, ma che alla fine risultano, estremamente formative per loro “carriera”, e divertenti e spassose per il pubblico che seguirà le loro vicende.
 
Non posso ovviamente esimermi nel ringraziare colei che al mio fianco a insegnato per l’intera durata del corso, Francesca Romana Di Santo, aiuto regia dello spettacolo, ma molto di più in ciò che un corso di teatro deve lasciare ai partecipanti.
L’Assistenza alla regia di Federica Di Stefano (fresca della sua prima regia con i bimbi del corso junior), le scene di Rosita Bellotti, ed i trucchi di Stefania Cau, impreziosiscono con professionalità un saggio che poche “Scuole di teatro” potranno permettersi.
 
Se in questi dodici anni da regista qualcuno m’avesse detto che avrei potuto fare un saggio con un testo come questo, avrei riso e dato del pazzo al “qualcuno”…ed invece eccomi qui, a dirigere 8 CORSISTI che di sicuro faranno strada nelle fila delle MARIONETTE SENZA FILI.
                                                                                                    il Regista

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Primo dei due saggi che la scuola di teatro delle Marionette senza Fili produrrà quest'anno.
I bambini del corso Junior si cimenteranno per la prima volta su di un palco,
in questa splendida fiaba!
Loro saranno i protagonisti dello spettacolo, guidati dalla regia dalle insegnanti
Francesca Romana Di Santo e Federica Di Stefano.

Alice e' un opera letteraria pubblicata nel 1865,scritta dal matematico e scrittore inglese reverendo Lutwidge Dodgson ovvero Lewis Carroll.
Ricco di regole logiche linguistiche, fisiche e matematiche, Alice si compone di 2 libri:
Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovo'.
Nel paese delle meraviglie di Alice è tutto rovesciato; e' un mondo allo specchio dove l'alto e il basso, il grande e il piccolo s'invertono e si corrispondono.
Il cambiamento delle dimensioni di Alice, da grande a piccola, rappresenta la crescita; diventare grandi vuol dire diventare adulti.
I vari personaggi che incontrerà nel “suo” mondo l'aiuteranno a trovare se stessa e quindi a crescere; il bianconiglio e' il sollecito alla ricerca; il brucaliffo, visti i continui cambiamenti di Alice, da grande a piccola e viceversa, rappresenta l'enigma più grande tra il crescere e il rimanere bambini (non a caso la domanda ricorrente del Brucaliffo e' “chi essere tu?”); Stregatto rappresenta il visibile e l'invisibile, e' il passaggio tra ciò che si e' e cio che sarà e preparerà Alice per l'incontro con il folle Cappellaio, ossia colui che ci darà la percezione del tempo.
Il tempo e' una convenzione, il tempo e' un gioco: “ Battere il tempo? Ingannare il tempo? Ma Alice, immagino che tu non abbia mai neppure parlato con il tempo!” “Secondo te, bambina, qualcuno avrebbe ammazzato il tempo?
Avresti dovuto vedere il tempo
che c'era ai tempi miei”.
Persa nel labirinto, Alice vuole solo tornare a casa ma l'incontro con la Regina di Cuori determinerà il suo rientro;
affrontando la Regina Alice assumerà una visione chiara delle cose, la sua.
Alice e' alle prese con la metamorfosi dei significati delle cose. Gesti e luoghi comuni si trasformano sotto la pressione delle sue domande.
La scoperta di Alice e' che tutto accade in una sorta di frontiera.
La frontiera si costituisce con i personaggi ricchi di significato.
Alice stessa e' un personaggio di frontiera;
ad ogni soglia corrisponde un mutamento.
E se l'uomo avesse l'ardire di andare oltre la superficialità dell'essere e di ascoltare se stesso e le proprie percezioni,
assisterebbe con meraviglia, come Alice, a una ricostituzione del mondo completamente diverso da quello scolpito dalla società.
Questa e' la magia del teatro; produrre la realtà attraverso il contatto diretto con essa, attraverso l'immaginazione e la fantasia del bambino che, ignorando visioni stereotipate, opera su un piano di totale libertà.
Il teatro e' lo spazio magico che coinvolge e congiunge attori e spettatori e che diviene punto di incrocio di molteplici individualità.
Abbiamo giocato a fare teatro unendo ragazzi di tutte le età, dai 5 ai 14 anni, creando un percorso formativo individuale nella collettività con la favola che meglio rappresenta una crescita e che assume la più grande metafora teatrale ogni volta
che Alice dice “facciamo finta che...”
La scelta di una scenografia semplice ed essenziale, composta da gommapiuma e di oggetti di uso comune, educano il bambino alla cultura del riciclaggio di materiali e allo sviluppo della manualità che nella società odierna, a causa dell'aumento incondizionato della tecnologia, sta ormai scomparendo.

Uomini senza donne

"Uomini senza donne" è una commedia amara e divertente che affronta l'inadeguatezza, la confusione e le incapacità dei trentenni di vivere in modo equilibrato e maturo i sentimenti e l'amore.
Si tratta di un problema vissuto tanto da aver contribuito in modo considerevole negli ultimi anni alla trasformazione della composizione sociale del paese.
 È la storia di due uomini, una strana coppia buffa e mal assortita, due uomini che cercano di esser creativi, che cercano di amare, che cercano di essere felici.
E' la storia di chi cerca e non ci riesce, del "vorrei ma non posso".
Uno, l'Uomo Alto,è un pubblicitario, estroverso, bello, aitante, salutista, sicuro di sé, un po' cinico, fortunato con le donne tanto da cambiarne come fossero calzini, con l'hobby del pugilato.
L'altro, l'Uomo Basso, è ombroso, timido, nevrotico, auto-ironico, autolesionista, trascurato, con una forte tendenza all'alcolismo, con l’hobby della batteria.
I due convivono temporaneamente nello stesso appartamento, dividendo comicamente una vita mal organizzata, contraddistinta da un continuo e reciproco interrogarsi su tutto ciò che riguarda l'altro sesso.
Ma l'amicizia è minata da una profonda immaturità, dall'incapacità quasi fisiologica di essere felici e sereni. Il finale è avvolto da un cinismo disarmante.
La paura di essere veramente se stessi e di seguire le loro autentiche emozioni spinge i due amici ad uno scontro finale che li rende impotenti e attoniti di fronte alle proprie debolezze e incapaci di reagire alla meschinità della loro vita affettiva.
Se poi di mezzo ci sono le donne, il cinismo si fa alquanto comico, se non grottesco.
La regia si basa su due semplici considerazioni: ormai affittare una casa costa troppo per un single, e quindi la soluzione migliore sembra quella di affittare un monolocale arredato alla bell'e meglio, con il divano dello zia, il tavolo dell'Ikea e il frigo della nonna (quello che ha cambiato due anni prima perché il freezer non funzionava, ma "tanto a voi non serve!"); la seconda, la più importante, riguarda il testo che ricorda un incontro di boxe della durata di sei round, con due uomini che si picchiano, si abbracciano, si massacrano, ma senza odiarsi. Lo fanno solo perché la vita li ha portati in quella situazione.
Se poi condiamo il tutto con le indimenticabili note dei “the Doors”, il mix è fatto, e non vi resta che ridere, piangere, arrabbiarvi, ed alla fine, riflettere su come eravamo, e su come forse, saremo per sempre.
 
Due soli attori in scena, Alessandro Pinci e Giulio Nanni, devono riempire il vuoto che la tecnica teatrale a volte nasconde con il susseguirsi di coprotagonisti a volte forzati. E direi che ben riescono a conformarsi con il LORO ambiente circostante, e con un testo purtroppo o per fortuna che si imbastisce ad hoc sulle loro pelli.
Di solito abituati alla minuziosa scenografia di Rosita Bellotti, ammireremo come l’essenzialità a volte, è più efficiente, che mai.
Le capacità di trucco di Stefania Cau son messe alla prova con i velocissimi cambi di scena ed epoca, e sembra inutile descriverne i risultati -perfetti-.
Nota piacevole è come l’aziendalismo dell’Attore Giampiero Marrocco si conforma meravigliosamente nel suo “nuovo ed inconsueto” ruolo da Direttore di Scena.
Federica Di Stefano? L’Assistente alla Regia che ogni regista sogna, ma che non tutti meritano.
 
il regista
Claudio Tagliacozzo
 

A piedi nudi nel parco

di Neil Simon (1963)
 
La coppia di neosposi Paul (Claudio Tagliacozzo) e Corie (Micaela Sangermano), dopo aver trascorso sei giorni di infuocata luna di miele chiusi in una stanza dell'hotel Plaza, si trasferiscono nella loro prima casa, un piccolo e spoglio appartamento all’ottavo piano di un vecchio palazzo senza ascensore vicino al Central Park.
La scomoda sistemazione ed una serata a quattro, in compagnia dell'eccentrico vicino abusivo Victor Velasco (Francesco Lavorgna) e di Ethel, la benpensante madre di Corie (Beatrice Palumbro), mettono a dura prova la loro vita matrimoniale e, in particolare, fanno emergere le loro differenze caratteriali: Paul è serio, contegnoso, prudente, Corie è vitale, appassionata, romantica; tanto l'uno è prevedibile e convenzionale quanto l'altra è imprevedibile e spudorata.
Corie decide di mettere fine al matrimonio, non all'altezza delle sue elevate aspettative ideali, e caccia dall'inospitale tetto coniugale Paul, che finisce su una panchina del Central Park, a ubriacarsi e camminare a piedi nudi nel parco, proprio quella che lei gli aveva indicato come espressione della desiderata spontaneità. Ma quando vede come si è ridotto, Corie capisce di amarlo così come l'ha conosciuto e sposato, un uomo stabile e fidato, e di non volerlo affatto cambiare.
I giovani Paul e Corie si riconciliano ed anche i maturi Victor ed Ethel, altrettanto diversi, sembrano aver scoperto una speciale sintonia.
In scena il pittoresco tecnico dei telefoni Henry Pepper (Massimiliano Bossi) da il via alle situazioni comiche, con simpatia e umanità.
 
Commedia sentimentale piacevole, con un meccanismo comico efficace, costruito su alcuni elementi ambientali e con un intreccio narrativo basato sul confronto di caratteri (Corie e Victor, pieni di gioia di vivere, contro i noiosi Paul e Ethel).
La commedia è stata scritta nel 1963, e rappresentata a Broadway in centinaia di repliche fino al 1967, anno in cui si decide si farne un film.
Film che fa conoscere e consacra definitivamente il giovane Robert Redford, in coppia nell’occasione con la stupenda Jane Fonda.
 
La consueta meravigliosa scenografia di Rosita Bellotti, ci fa vivere tutte le vicende nella casa dei due neoconiugi, ove si nota inevitabile ed indispensabile la Direzione di Scena di Martina Mattogno.
Un attento trucco e parrucco di Stefania Cau, chiude il cerchio aperto e gestito da Federica Di Stefano (Aiuto Regia) per una perfetta rappresentazione.
 
Nota particolare quanto singolare, è la mia partecipazione sulle tavole del palco: come in passato per festeggiare il mio primo decennale di attività teatrale in “Filumena Marturano”, “Il mercante di Venezia” e nel mio “Il fantasma di Canterville”, quest’anno voglio ricordare il 7° anno di fondazione dell’Associazione Teatrale “Marionette senza Fili”
…il numero 7, a me tanto caro…
il regista
Claudio Tagliacozzo
 

Non Ti Conosco Più

di Aldo De Benedetti - 1932
 
  “Non ti conosco più” è una nota pièce di Aldo De Benedetti, autore di piccoli gioielli in commedia, che sa divertire e interessare il pubblico in ogni momento, con la malizia del suo dialogo tra commedia degli equivoci e tematiche pirandelliane e l’abilità con la quale disegna i suoi tre personaggi principali. L’azione si svolge a Roma in una bella casa con giardino. In un ambiente sereno, apparentemente tranquillo.
La padrona di casa suona il pianoforte e canta, ma in casa dei coniugi Paolo (ALESSANDRO PINCI) e Luisa Malpieri (SIMONA BAZZOFFI) è scoppiato il dramma. Paolo è disperato, sua moglie Luisa non lo riconosce più e lo vuole cacciare di casa come se lui, il marito, fosse un intruso. Il professor Alberto Spinelli (ALBERTO PARSI) medico psichiatra, chiamato da Paolo, diagnostica un vuoto di memoria, “un’epistassi fisionomica”, che si spera, limitata nel tempo.
Infatti mentre stanno parlando, come è comparso, il dramma sembra sparire: la signora Luisa dall’altra stanza ha riconosciuto la voce del marito Paolo. Tutto sembra tornare nella normalità……
La signora Luisa entra saluta e sotto lo sguardo esterrefatto di Paolo, abbraccia e riconosce come marito Alberto, il professore. A nulla valgono le proteste di Paolo, tenuto calmo da Alberto per non esasperare la situazione. Il professore Alberto Spinelli è eccitato e piacevolmente imbarazzato di trovarsi di fronte a un caso così interessante. Paolo, il marito, è stravolto di dover assistere a scene di tenera affettuosità tra sua moglie e il professore. Luisa la moglie… invece è felice! Brilla nei suoi occhi una strana luce…e quando il professor Spinelli crede di aver trovato la spiegazione ''scientifica'' all'amnesia di Luisa, un colpo di scena lo spiazza lasciandolo senza parole! Sulla scena irrompe, quasi a non poter mai mancare, L’ “allegra” zia Clotilde (BEATRICE PALOMBO), che con la sua figliola (ELEONORA SCIPIONI) mettono pepe alle vicende. In casa troviamo i due servitori, la cuoca Rosa (GLORIA RAGUSA), ed il cameriere (MASSIMILIANO BOSSI), e pietra dello scandalo la procace dattilografa (ILARIA CHIALASTRI).
Opera fine ed elegante che, fa divertire il pubblico e va a stuzzicarlo senza mai cadere in situazioni troppo ovvie o banali.
Aldo De Benedetti, che riscosse vasti consensi tra il 1930 e il 1938 per le sue commedie comico sentimentali tipiche del cosiddetto ‘Teatro e cinema dei telefoni bianchi’, alieno da qualsiasi impegno socio-politico-culturale, scrisse ‘Non ti conosco più’ nello stesso anno in cui rappresentò un altro suo brillante lavoro ‘Gli uomini che mascalzoni’. Ambedue le pièces passarono in breve dal palcoscenico al cinema, per tornare poi nuovamente alla ribalta. Tali commedieavevano l'unico scopo di divertire gli spettatori e di solito trattavano epidermiche vicende dell'eterno triangolo marito-moglie-aspirante amante.
Oggi un giudizio sul suo teatro non può certo essere del tutto positivo: un abisso lo separa dai grandi, tuttavia gli si deve riconoscere il merito di averci lasciato un'immagine, sia pure parziale e un po' sfocata, della società degli anni '30 e di rappresentare una tessera del poliedrico mosaico dell'Italia del decennio precedente la II guerra mondiale.
Quarto ed ultimo “sforzo” per questa stagione. Lavoro interamente dedicato all’amico Franco, che prematuramente ci ha lasciato un anno fa ormai.
L’eccezionale cast sul palco, è come sempre davvero ben orchestrato da chi opera nel buio del “dietro le quinte”: ormai un punto di forza, sono di sicuro le scenografie di Rosita Bellotti, delicata attrice sulla scena, quanto pragmatica scenografa. la Direzione di Scena di Martina Mattogno, tornata tra le Marionette dopo alcuni mesi di pausa; la costante dedizione dell’Assistenza alla Regia, Claudia Grasso, e l’incisiva supervisione dell’Aiuto Regia, Federica Di Stefano.Ed un ringraziamento ancor più caloroso per tutto il Pubblico che si affeziona sempre di più al duro, continuativo e professionale, lavoro di tutte le “Marionette senza Fili”.
 il regista, Claudio Tagliacozzo

 

"Ora no Tesoro"

di Ray Conney
 
L'uomo è stupido per natura. In “Ora no, tesoro” (Not now, darling), Ray Cooney mette in vetrina la stupidità. Non importa se il pretesto è una storia di tradimenti progettati, di coppie che scoppiano, o di donnine nude che attraversano la scena. Quel che importa è che questo maestro britannico della commedia, ci dia un affresco di caratteri umani che, sapientemente mescolati, producono un cocktail di irresistibili risate.
La bella ed appropriata scenografia di Rosita Bellotti (in scena nelle vesti della Signorina Tipdale), rappresenta la sala principale dell’Atelier “Bodley Bodley & Crouch”, situato nel centro di Londra.
Una pelliccia di visone "viaggiante" al centro di una vicenda dove non mancano equivoci, tradimenti, scambi di persone.
Gilbert (Andrea Bertagnoli), socio della moglie Mary (Francesca Romana Di Santo) e dell'amico Arnold (Francesco Lavorgna) in una pellicceria di Londra, pensa di regalare un visone da 5000 sterline a Janie (Micaela Sangermano), da poco diventata sua amante.
Per non insospettire Harry (Giulio Nanni), marito di Janie, Gilbert inscena una falsa vendita coinvolgendo nel gioco il recalcitrante socio Arnold. Harry, fiutando l'affare, accetta di comprare il visone non per sua moglie, ma per Suell (Serena Spitalieri), sua segretaria e amante.
Tutto sembra filare senza intoppi, ma Mary, moglie di Gilbert, ritorna improvvisamente dalle vacanze.
A condire per bene la scena s’intromette l’uomo di Suell (Giampiero Marrocco), l’indispensabile segretaria della ditta, la Signorina Tipdale (Rosita Bellotti), e la modella dell’Atelier Miss White (Alessia Gattulli); una pittoresca cliente, la Sig.ra Frencham (Beatrice Palombo), ed il marito, il Comandante Frencham (Alberto Parsi), danno frenesia e comicità alla piece.
La situazione si complica ulteriormente quando Janie e Sue si incontrano…
----------------------------------------------------------------------------------
 
Questo è il terzo “sforzo” del 2009, con un cast davvero eccezionale, che non potrebbe esser così vivo se non controllato e indirizzato da chi opera nel buio del “dietro le quinte”: la “mostruosa” professionalità della Direzione di Scena di Chiara Tomassi; la precisione dell’Attrezzista Mirco Delle Fratte; le consuete/meravigliose Scene di Rosita Bellotti; le intuizioni Grafiche di Federica Iorio; la passionalità e la dedizione per il collante di tutto ciò con l’Assistenza alla Regia di Federica Di Stefano.
Ed un ringraziamento ancor più caloroso per tutto il Pubblico che si affeziona sempre di più al duro, continuativo e professionale, lavoro di tutte le “Marionette senza Fili”.
 il regista
Claudio Tagliacozzo



"Le donne di Bruto"

Le tragedie sono, di norma, accadimenti che riguardano gli uomini. Così si è sempre detto, così si è sempre scritto. Ma, naturalmente, non è vero. Direi, anzi, che se l’eroe muore in guerra, o fucilato dai nemici, o colpito dal fulmine divino, la donna che rimane a casa, sola, sia madre, moglie, sorella, figlia... è lei che ne deve sopportare tutto il dolore e tutto ciò che ne consegue.
            Cesare muore, è noto, trafitto da un considerevole numero di pugnalate. Emblematicamente muore sotto la statua del suo nemico Pompeo; qualcuno afferma di averla vista ridere sotto i baffi. Bruto morirà in seguito, uccidendosi (o, meglio, facendosi uccidere dal proprio schiavo) a Filippi per non subire l’onta della sconfitta: mancando di coronare una vita esemplare con il suicidio, come i migliori stoici suoi antenati. Molti altri congiurati si fecero uccidere, altri (more solito) passarono al nemico.
            Restano sulla scena, è il caso di dirlo, le donne: Porzia, la moglie di Bruto; Servilia, sua madre e vecchia amante di Cesare; Giunia, sorella di Bruto e moglie di Cassio, altro congiurato; Calpurnia, la moglie in carica (ma solo come carica) di Cesare, con lei al suo terzo matrimonio; l’Ancella di Porzia, la prima che ha avuto sentore che qualcosa non andasse per il verso giusto e che, sinceramente, ha giurato fedeltà al padrone. Gironzolano sulla scena due Spettri: Cesare, bloccato subito dopo il tirannicidio e ammutolito per la tragedia che gli è capitata; Bruto, colto subito dopo il suicidio (o, se preferite, l’eutanasia) ma anche prima, nello svolgere dei fatti, dato che ci appare a volte in nero, altre volte ben vestito e immacolato.
            Appare e scompare, invisibile ma presente come suo solito, Marc’Antonio, il cui famoso discorso sopra il corpo del tiranno (Remember: “Friends, Romans, country-men, I come to bury Caesar, not to price him...”) lo recitano, a denti stretti, le Donne di Bruto.
            Ma la scena di una tragedia sarebbe vuota senza la presenza più autorevole: la Morte, Thanatos, colei che con le tre Parche, fila e sfila il destino dell’Uomo. La riconoscerete subito: non porta pepli, non porta calzari alla schiava, né collane, né bracciali o anelli. E’ una ragazzetta, tre ragazzette, la voce ancora infantile, acuta, quasi da ragazzo, vestita alla moda... la nostra moda, la moda di noi che vediamo ora la tragedia, perché la Morte è senza età, senza costume, senza sesso definito. E’ la Morte. Con lei svolazzano quattro Figure Danzanti: le chiacchiere della gente, i pensieri dei filosofi, le teorie economiche dei politici, il gergo sguaiato del popolino... tutto ciò, insomma, che guida il mondo.
            Piangono, in maniera diversa ma uguale, le Donne di Bruto: la madre, la moglie, la sorella. Ognuna di esse ama Bruto in maniera diversa e vede l’accaduto in maniera diversa: tutte insieme consce dell’inutilità del fatto.
 
In fondo anche questa giornata è conclusa. Abbiamo perso amici, fratelli, persone a noi care per far trionfare la giustizia e la ragion di stato. Ma come sempre nulla è mutato, nulla muterà.
Ma l’importante è che vi divertiate.
 
Questo spettacolo è dedicato a Franco
 
C.Tak.

 


"Non tutti i Ladri vengono per nuocere"

  Una commedia di Dario Fò.
Partendo da uno spunto “giallo”, l'irruzione in una casa lasciata per le vacanze da una coppia benestante, da parte di un ladro (dall’accento ciociaro), la narrazione prende subito una piega comica.  
Il telefono squilla e a chiamare è la moglie del delinquente, ansiosa di sapere che tutto vada bene. In rapida successione entrano in scena anche gli altri personaggi, dal marito adulterino alla coniuge preoccupata per il non ritorno del marito malvivente. Alla fine sono sei, o meglio sette…, i personaggi a partecipare a quella che sempre più diventa una commedia giocata sull'equivoco.
Ad essere presa in giro è la classe borghese: ognuno dei suoi rappresentanti ha qualcosa da nascondere e di cui vergognarsi mentre il “vero” malvivente vive sinceramente la propria vita intima.
E' un gioco alla rovescia quello che viene messo in scena: gli imprevisti e i fraintendimenti si accumulano senza soluzione di continuità, non chiarendosi agli occhi dei personaggi, ma formando un gomitolo impossibile da sciogliere e per questo fatto direttamente rotolare via.

 
E' uno degli spettacoli teatrali più rappresentati in Italia. La ragione? Uno spettacolo divertente e dalle interpretazioni marcate.
Frutto della fantasia di Dario Fo che la scrisse assieme ad altre tre farse nel 1957 componendo lo spettacolo “Ladri, manichini e donne nude” . Fu un successo cui seguì poco dopo quello di “Comica Finale” e “Gli arcangeli giocano a flipper”. Furono i primi lavori del Premio Nobel, la politica era lontana, al centro c'era il teatro e le sue dinamiche.

 
Il secondo “sforzo” di questo 2009, con un cast davvero ben assortito!
 
Le caratterizzazioni di Giulio Nanni e Simona Bazzoffi (Ladro e moglie del ladro) dal tipico accento ciociaro, forniranno gli attimi più comici e confusionari della commedia.
La consueta meravigliosa scenografia (di Rosita Bellotti), ci fa vivere tutte le vicende nella casa di due coniugi Alberto Parsi e Daniela Benedetti (Uomo e Anna), con i loro rispettivi amanti, la stessa Rosita Bellotti (Donna) e Domenico Izzo (Antonio).
Sarà un Cammeo del giovane e promettente Mirco Delle Fratte a concludere le vicende, condite da una attenta Direzione di scena (Federica Di Stefano), e da una puntuale organizzazione dell’Assistente alla Regia (Claudia Grasso)…



"La Locandiera"

una commedia di Carlo Goldoni - 1750
La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina (MICAELA SANGERMANO), un'attraente e astuta giovane donna che gestisce a Firenze, con l'aiuto del suo cameriere Fabrizio (ALESSANDRO PINCI), una locanda ereditata dal padre.
Mirandolina viene costantemente corteggiata da ogni uomo che frequenta la locanda, e in modo particolare dal marchese di Forlipopoli (MASSIMILIANO BOSSI), un aristocratico decaduto a cui non rimane nient'altro se non il prestigioso titolo nobiliare, e dal conte d'Albafiorita (FRANCESCO LAVORGNA), un mercante che, arricchitosi, è entrato a far parte della nuova nobiltà. I due personaggi rappresentano gli estremi dell'alta società veneziana del tempo. Il marchese, avvalendosi esclusivamente del suo onore, è convinto che basti la sua protezione per conquistare il cuore della bella. Al contrario, il conte, crede che così come ha comperato il titolo, possa procurarsi l'amore di Mirandolina acquistandole numerosi regali. L'astuta locandiera, da buona mercante, non si concede a nessuno dei due, lasciando intatta l'illusione di una possibile conquista. I nobili clienti, invaghiti, tardano a lasciare l'osteria, e così facendo contribuiscono alla crescita del profitto della locanda.
L'arrivo del Cavaliere di Ripafratta (GIAMPIERO MARROCCO), un aristocratico altezzoso ed un misogino incallito che disprezza ogni donna, sconvolge il fragile equilibrio instauratosi nella locanda. Il Cavaliere, ancorato alle sue origini di sangue blu, lamentandosi del servizio scadente della locanda, detta ordini a Mirandolina, e rimprovera il conte ed il marchese di essersi abbassati a corteggiare una popolana.
Mirandolina, ferita nel suo orgoglio femminile e non essendo abituata ad essere trattata come una serva, si promette di far sì che il cavaliere s'innamori di lei.
In breve tempo, riesce nel suo intento: il Cavaliere cede, e tutto il sentimento d'odio che provava si tramuta in un appassionato amore che lo tormenta. Proprio il suo disprezzo verso il sesso femminile lo ha reso vulnerabile alle malizie della locandiera, poiché non conoscendo le armi nemiche non ha potuto difendersi.
Mirandolina, però, lo rifiuta appena vede che il suo gioco le sta sfuggendo di mano: il marchese ed il conte, notando le speciali attenzioni di Mirandolina rivolte al cavaliere, bruciano di gelosia e vogliono vendicarsi del loro comune rivale in amore. Il cavaliere dilaniato dai due sentimenti contrastanti, non vuole far sapere che è caduto vittima dei lacci di una donna, ma freme ansiosamente di avere la locandiera per sé, ed è disposto perfino a usare la violenza per realizzare il suo fine.
Rallegrano la scena due particolari commedianti, Ortensia (VALENTINA RIZZI) e Dejanira (SERENA SPIDALIERI) che si fan scambiare per dame, ed il servo del Cavaliere  (GABRIELE FARINACCI) che resterà anch’esso intrappolato nella tela della bella locandiera.
In tutto questo marasma di azioni e sentimenti, l’unico a dover subir tutto è sempre e solo il povero Fabrizio, che sperando nel giudizio di Mirandolina, freme di gelosia, e trattiene l’intima ira. Riuscirà Mirandolina ad uscire dal complesso gomitolo di passioni?
 
Un cast davvero eccezionale, ove si notano l’esperienza, la presenza scenica, ed il talento di tutto gli attori.
Un scenografia (Rosita Bellotti) realistica, ci fa vivere tutte le vicende nel cortile -una insolita sala pranzo- della locanda, il tutto condito da una attenta scelta degli oggetti di scena (Chiara Tomassi), da costumi e trucchi spettacolari (Marta Grassi) e da suggestive musiche di Mozart e Vivaldi.
Ogni single componente registico dello spettacolo, è stato infine coeso e impreziosito, dall’attenta supervisione dell’Assistente alla Regia (Federica Di Stefano)… 

 
 

 

"Ho sposato sette sorelle"

trama:
le vicende di un industriale, il commendator Torquato Satolli, che si trova a “combattere” giornalmente non solo con la propria -infantile- moglie (Violina), ma soprattutto con la Suocera (l’ex cantante lirica donna Rumilda), la cameriera personale della stessa suocera (Vittorina) e le quattro cognate (in scena solo in tre – Corifea, Ottina, Clarinetta) figlie tutte di padri diversi, e tutti facenti parti del mondo della lirica.
A scatenare il putiferio in casa Satolli, sono la concomitante vicenda dell’errata notizia della morte del Commendator, che viene recepita da uno strano centralinista (Gennaro), e che ben presto manda in confusione tutti i dipendenti (la bella segretaria/amante e il rigido Ingegnere Galletti) dello stesso Satolli, e dell’incidente del fidato Ragionier Semplicio, che nelle grinfie delle tre sorelle zitelle, perde la memoria in uno strano incidente stradale.
Un cammeo per l’avventuriera madre di Torquato (donna Elvira) che piomba in casa per far si che sia un funerale indimenticabile, e di una coppia di becchini (Aralda ed Aroldo) che passano da truffatori a tuttofare in casa Satolli.
Il tutto in attesa di un dottore che non arriva mai, perché impegnato ad “occupare il tempo” con LE clienti a domicilio.
Ma le tragedie per il povero ed angusto Commendatore non finiscono mai…un finale tragico per lui…molto comico per le “SUE” donne…
 
Risate e colpi di scena per una commedia che proietta lo spettatore ad immedesimarsi nei personaggi che si susseguono.
Un anno di lavoro, per amalgamare un gruppo di attori creati proprio per questo spettacolo.
Come ci ha già abituato in passato, magnifica la scenografia di Rosita Bellotti, e l’accurata scelta degli abiti di scena e dei trucchi/acconciature, il tutto rigorosamente anni 60, di Marta Grassi.
La regia di Claudio Tagliacozzo definita “mista”, ovvero complessa nei movimenti di 16 attori (spesso contemporaneamente in scena), e semplice ed allegra nell’impersonificare gli stessi in ruoli tanto diversi dalle loro personalità. Un perfetto mix di rigidità tecnica, e di caratterizzazione puntigliosa dei personaggi.

 

"Il barone Lamberto"

C'era due volte il Barone Lamberto è una novella per ragazzi scritta da Gianni Rodari nella forma del romanzo breve, adattata infine per il palcoscenico.
Perfetta rappresentazione per unire la didattica imparata nei primi sei mesi di corso e la comicità di uno spettacolo completo, che quindi va oltre il classico saggio di fine scuola.
 
Trama
Il vecchio e ricchissimo novantenne Barone Lamberto vive in una villa nell'isola di San Giulio con il maggiordomo Anselmo e 3 persone che vengono pagate dal barone come impiegati per ripetere sempre a turno il suo nome, meccanismo che tiene in vita il Barone. La loro voce arriva in filodiffusione in tutto il palazzo del barone attraverso un sistema di amplificazione. Giorno dopo giorno, il Barone ringiovanisce sempre di più, perfettamente come spiega un detto dell'antica religione egiziana: "l'uomo il cui nome è detto resta in vita".
 
Intanto Ottavio, unico suo familiare ancora in vita, studia un piano per ucciderlo, per poi ottenere l'eredità dello zio per pagare i propri debiti.
 
Un giorno San Giulio viene occupata dai banditi, i quali sequestrano il barone, chiedendo continui riscatti ai direttori delle sue 24 banche.
 
Intanto Ottavio, riesce a mettere nel pranzo delle 3 persone un sonnifero: in tal modo esse, addormentandosi, non possono più mantenere vivo il Barone, che muore.
I banditi, sapendo che il Barone non poteva fruttare loro più nulla decidono di fuggire con una gigantesca mongolfiera.
 
Anselmo licenzia in tronco le 3 persone, ma improvvisamente durante il funerale il barone risuscita e il suo percorso di vita sembra capovolgersi: da vecchio novantenne torna ad essere un bambino di 7 anni.
 
C'era due volte il barone Lamberto è una metafora sull'esistenza umana e sul rapporto tra la fama, la vita e la morte che lo stesso autore, nella prefazione del libro, spiega come un riferimento ad un detto dell'antica religione egiziana: "l'uomo il cui nome è detto resta in vita".



"Il fantasma di Canterville"

Da una commedia di Oscar Wilde....
 
Il fantasma di Canterville è una parodia delle tante storie di fantasmi del folklore scozzese. Una famiglia americana, la famiglia OTIS, acquista il castello di Canterville, in Inghilterra e vi si trasferisce. Questo risulta abitato dal fantasma di un certo Sir Simon de Canterville, antico proprietario e uxoricida. L’ambasciatore americano (Hiram Otis) ministro degli Stati Uniti, non si lascia intimidire dalle voci che corrono in quel luogo. La famiglia Otis e' composta, oltre che dal Signor Otis e sua moglie Lucrezia, da quattro figli: Washington, il maggiore, Virginia, una graziosa e dolce ragazzina di diciassette anni e due scatenati gemelli, Timb e Tomb. Il giorno in cui si trasferiscono nella nuova dimora la famiglia Otis scopre sul pavimento del salotto una macchia di sangue che, racconta loro la governante, la signora Umney, apparteneva alla moglie del presunto fantasma, da lui assassinata 300 anni prima. La famiglia non si impressiona per nulla, ma, con l'intraprendenza e la praticita' tipica degli americani, provvede immediatamente a ripulire il pavimento con il loro tuttofare Pinkerton, lo smacchiatore universale!Durante le notti seguenti il fantasma, che realmente esisteva, infuriato per non essere stato preso sul serio dai nuovi inquilini, prova ripetutamente a spaventarli. L'effetto comico si sviluppa dall'atteggiamento scettico e pragmatico degli Otis, che porta al fallimento di tutti i tentativi del fantasma di terrorizzare la famiglia, in modo che si decidano a levare le tende. Infine il colpo di grazia lo riceve quando, assalito all'improvviso dai due gemelli e da Washington, e' costretto ad una vergognosa ritirata. Alla fine, però, Virginia, la figlia maggiore del signor Otis, cerca di instaurare un rapporto con lo spettro, e ci riesce.
Un giorno mentre siede triste, ed ormai rassegnato, suscita la compassione della giovane Virginia. Gli racconta la sua terribile storia e Le dice di essere tanto stanco perchè non dorme da 300 anni e la implora di intercedere per lui e aiutarlo cosi' a morire e trovare finalmente pace. Virginia commossa decide di aiutarlo e lo accompagna nel giardino della morte; pregando per la salvezza della sua anima, gli fa ottenere il perdono Divino. In questo tempo la sua famiglia la cerca inutilmente, finché, a mezzanotte, ricompare. Mentre tutta la famiglia felice di aver ritrovato la sua cara figlia, s'accorge che il vecchio mandorlo del giardino e' rifiorito: l'anima di Lord Canterville e' stata perdonata e ha trovato la pace.

Divertimento e commozione sono gli ingredienti giusti di questa affascinante storia ma grazie anche ad un eccezionale cast di primo livello, ove spiccano la maestrale esperienza di Beatrice Palumbo, la puntuale capacità di metamorfosi di Alessandra Musìo e le mille maschere di Bruno Anecchini; unite al talento della giovane –finalmente in un ruolo drammatico- Alessandra Tomassi, e la prepotente presenza scenica di Domenico Izzo, ma soprattutto con l’esordio sulle magiche tavole dei più piccoli, Samuele e Davide Ravà, che sembrano esser stati creati per l’arte della recitazione; ed infine il fantasma, Claudio Tagliacozzo, che dopo aver dedicato i suoi primi dieci anni nel teatro, dirigendo ed insegnando recitazione, in questo 2008, dopo la comparsa (nel ruolo di Umberto) nella multimediale “Filomena Marturano” di Gianni Giaconia
(gennaio 2008), e dopo il ruolo da protagonista (Shylock) nel “Mercante di Venezia” di Claudio Aufieri (febbraio 2008), per la prima volta firma la regia di uno spettacolo che spadroneggia ANCHE direttamente con il pubblico; un anno di “folle” parentesi, che è servita per ampliare le proprie conoscenze, e per provare ancor più forti e vitali emozioni. Ma risulta fondamentale il lavoro di chi è dietro le quinte, che dalle scene ai rumori (rigorosamente dal vivo), dalle luci ai costumi & trucchi, vengono magnificamente orchestrati dalle “spalle” della regia: la direzione di scena (Federica Iorio), l’Aiuto Regia (Claudia Aufieri) e da una attenta produzione esecutiva (Maurizio Ravà).


"Il mercante di Venezia"

Una storia di banale usura. Certo. Ma con qualcosa in più: il conflitto razziale, razzista, tra cristiani ed ebrei, ad esempio, che nasconde un dissidio economico tra i cristiani “buoni” e gli ebrei “malvagi”, che guadagnano prestando soldi ad usura (pratica legale e legalizzata, sostituita poi dai mutui bancari). Lo stesso conflitto razziale che sfocia nell’amore tra un cristiano e un’ebrea, Gessica figlia di Shylock, che fugge con i soldi del padre in una visione unilaterale del castigo: portare via i soldi a chi lo ha accumulato con disonestà! E poi anche la storia d’amore tra Bassanio, il “bamboccione” di turno, e la bella Porzia, non velina né letterina, ma astuta e istruita tanto da spacciarsi da avvocato e determinare la distruzione economica e morale dell’Ebreo Shylock. E sullo sfondo ma con la rivalsa di intitolare il dramma, il buon Antonio, il Mercante di Venezia, velatamente gay, che sacrifica ogni avere e la sua stessa vita per aiutare, in un atto di supremo sacrificio, il “bamboccione”, che lui ama in silenzio, a conquistare l’amata Porzia.
   In un turbinio di personaggi (non ce ne voglia Lorenzo, l’amante della figlia dell’Ebreo, che abbiamo sacrificato!) spicca Graziano, l’amico del cuore del “bamboccione” Bassanio, e Nerissa, l’amica e confidente della bella Porzia, che poi convoleranno a giuste nozze... Saleria e Solania, le due amiche di Graziano, forse di non morigerati costumi ma attente alle disgrazie di Antonio... La “maschera” Lancillotto, servo prima dell’Ebreo e poi del Cristiano, e suo padre il Gobbo, nella scena più comica della commedia, e infine il perfido Tubal, faccendiere dell’Ebreo. E la Giustizia, bianca come la purezza, la verità incontaminata, l’onestà, che parla al posto del Doge, immobile pupazzo sclerotizzato da leggi inutili e sentenze di parte.
   Una Marionetta, siamo in pieno carnevale e a Venezia!, tira le fila della vicenda apparendo e scomparendo in un turbinio di veli, mossa da due Danzatrici (il Vero e il Falso o il Bene e il Male o il Giusto e l’Ingiusto?) che ci accompagnano per i due atti della commedia.
   Infine due Maschere che cercheranno di spiegarci cosa abbiamo visto e sentito, se ciò sia accaduto o se lo abbiamo immaginato..., se i personaggi erano veri o solamente finzioni perché probabilmente...
 
... il mondo è un palcoscenico dove ad ogni uomo tocca recitare una parte...
 
Claudio Autieri

 

 

"Gammbetto di donna"

Lo spettacolo…                                                     PREMESSA
 
Questo dramma ha origini alla fine degli anni ’90 e, col titolo assai banale di Max, aveva due protagonisti maschili.
La stesura iniziale, che arrivava pressappoco all’odierna scena seconda, rimase in frigorifero fine al 2006 quando fu ripresa e conclusa.
Della stesura originale rimangono le impostazioni dei due personaggi principali, divenuti donne.
I caratteri sono rimasti praticamente identici, escluse le complicazioni date dal procedere degli eventi. Ci è piaciuto fare di Veronica una giocatrice di biliardo (come nell’originale stesura “maschile”), gioco tipicamente da uomini, la qual cosa ci ha permesso di perfezionare il carattere aggressivo della ragazza. Mero riempitivo di alleggerimento è l’ingresso del Conte (la Contessa nella versione “per solo donne”), che, dovete convenire, esce di scena con molto garbo. Di tutt’altro spessore è l’ingresso della Donna in nero, la cui invenzione ha permesso lo sblocco dello “stallo” (è il caso di dirlo) in cui era precipitata la stesura del dramma. Il gioco degli scacchi, con i continui riferimenti verbali (Re, Regina o Donna, gambetto...) e visivi (la scacchiera e i pezzi di un antico colore rosso e nero e la foto dello scacchista allo specchio, per la quale spero vogliate perdonare il mio narcisismo), è l’elemento trainante della vicenda e coinvolge con la sua simbologia personaggi presenti ed assenti, comprese due Figure che oscillano tra la fantasia, l’irrealtà, il subconscio.
Mi perdonerete il finale aperto che vuole semplicemente isolare la conclusione di questo scorcio di Vita dalla vita intera, dando ai protagonisti una speranza di miglioramento e, soprattutto, di comprensione dei più stretti rapporti umani e familiari, senza per questo sfociare nel più banale buonismo.
Claude Takeaway

 Note di Regia
 
Il “gambetto” è, nel gioco degli Scacchi, il sacrificio di un pezzo importante (soprattutto la Regina, appunto la Donna) teso ad ingannare l’avversario e ad approntarsi la via ad un finale vittorioso quanto velocissimo.
La Regina di questo dramma è senza dubbio la madre delle sorelle protagoniste, un “angelo del focolare” che ha sacrificato la sua esistenza in nome del marito e delle figlie.
Il suo è stato un vero e proprio gambetto operato su se stessa.
Il Re del dramma è ovviamente il padre/marito/padrone che è amato e odiato da M. Adelaide, la figlia maggiore, la quale, come si vedrà nell’ultimo gesto drammatico, è rimasta costretta da un “incidente”. Se questo incidente sia da attribuirsi al padre, in qualsivoglia interpretazione possibile da parte dello spettatore... può darsi. Se invece sia la scelta personale della protagonista per isolarsi dal mondo, dagli uomini, da tutto ciò che può accadere in un contatto all’esterno che la possa nuovamente traumatizzare... può darsi. Veronica, la sorella più piccola, è angosciata dal rapporto di amore/odio che ha con la sorella, che dal canto suo fa finta di ignorarla e non considerarla per quanto vale, con alcune eccezioni che le sgorgano impetuose e incontrollate dal cuore, quando la conversazione si fa più concitata e si perdono i freni della ragione. Ignara, o almeno incredula, del male che il Padre ha provocato a tutta la sua famiglia, sfoga il suo inconscio rancore verso gli uomini eccellendo in un gioco, il biliardo, che la simbologia degli attrezzi usati pone come maschile in assoluto. 
Il contrasto tra i mondi delle due sorelle viene sottolineato e infranto dall’inaspettato arrivo di una Donna in nero. Angelo della morte, messaggera della giustizia divina, deus ex machina o anche personificazione della Regina che troneggia sulla scacchiera presente in scena e sulla foto che si mostra prepotente su una parete, essa è tutto ciò oppure nulla di ciò. Ma è questo intervento extra naturale che rompe e risolve lo stallo che si era prodotto in anni di vita sempre uguale. Ma risolto come? Il finale “aperto” pone la risoluzione del dramma su un piano morale che risulta meno importante di tutto il suo evolversi sulla scena.
Le due Figure, rossa e nera, come i colori degli antichi scacchi, fanno da cornice ai dialoghi dei protagonisti e coinvolgono lo spettatore occupando i silenzi e sottolineando gestualmente le battute degli attori. Con esse si riprende la tradizione registica che, iniziata con La Disputa di Marivaux e proseguita con Rosencrantz e Guildenstern sono morti di Stoppard, vuole armonizzare parole e gesti in un continuum dal quale poi risulta impossibile separare il danzato dal recitato e immaginare lo spettacolo in maniera diversa da quello presentato.

 

"La dama di Chez Maxime"

 
di George Feydeau
 

Immagina che per caso hai un amico medico di chiara fama (in questo caso il Dottor Petypon), che abbia una moglie in preda ad orgasmi mistici (in questo caso Gabriella) e sia amico e collega di un noto puttaniere che la “bisboccia la coordina” (in questo caso il Dottor Mongicourt). E immagina che dalla combinazione di questi fattori il pover Petypon, reduce da una serata chez Maxim (noto locale parigino…), si risvegli la mattina seguente con i postumi di una sbronza e con nel suo letto addirittura la Mome Crevette, la più famosa ballerina del Moulin Rouge!
Capita poi che sua zia Isotta, nota cacciatrice d’Africa, appaia improvvisamente a casa sua, creda che la Mome sia sua moglie e che obblighi entrambi a recarsi nel castello in Tourenne per organizzare le nozze della sua piccola, ingenua e un po’ tonta, nipotina Clementina, col tenente Corignon del XII° Dragoni, già amante della stessa Mome.
Una serie di equivoci porta anche Gabriella nel castello. E il povero Petypon deve barcamenarsi tra una finta moglie, una vera, che nessuno conosce come tale, un padrino latore di una sfida e ancora…ancora…ancora molto altro!
Tre atti che scorrono via velocemente tra gags e travestimenti, fantasmi e schiaffi, giochi di parole e Dame poco vestite, secondo la migliore tradizione del Moulin Rouge.
Un cast numeroso, musiche appositamente composte per l’occasione, eccitanti costumi di scena, fanno di questo spettacolo una avvenimento da non perdere!
 
 
Claudio Aufieri

 

"Comica di gelosia"















"Camere da letto"

Camere da letto” è una commedia brillante e amara che racconta, in un incastro perfetto ed esilarante, la precarietà della vita matrimoniale, la difficoltà dei rapporti genitori/figli, le nevrosi e le gioie dei rapporti coniugali, la sessualità irrisolta o vissuta come tabù di quattro coppie della middle class inglese. La commedia si svolge nell’arco di tempo di un sabato sera e sceglie come luogo fisico, mentale e nevralgico, lo spazio di tre diverse camere da letto per ambientare degli spaccati di vita quotidiana, improvvisamente movimentati da colpi di scena e visite impreviste che mettono in discussione i già precari equilibri della vita familiare. E questo perché, come Ayckbourn fa dire a “Delia” fin dalle prime battute, “…da una camera da letto si capiscono tante cose…”. L’aperitivo di questa vicenda già fa sorridere e riflettere: quattro coppie e...tre camere da letto! Già, perché sarà proprio la coppia “Trevor” e “Susanna” che si insinuerà tra le altre tre, a metter caos e nervi in frantumi. Per non parlar poi degli attempati “Delia” ed “Ernest”, che già si ritrovano alle prese con la (solita) cena (fregatura) di anniversario e soffitti che perdono acqua, ed in più subiscono, ed assorbono, in piena notte, gli isterismi di una nuora snervante. Non può mancare la coppia “aperta”, formata da “Nick”, costretto a letto da un “colpo della strega” e di quella deliziosa “strega” della sua consorte “Jane” che se ne va ad una festa con sentimento e fantasia! Festa che è data, per inaugurare la nuova casa, da “Malcolm”“Kate”, la quarta coppia! E festa che viene rovinata dai soliti due senza fissa dimora. Le camere sono quindi tre, con altrettante coppie che disperatamente tentano di richiudersi nella più intima delle stanza –la camera da letto appunto-, con il desiderio di star bene, soli, nella loro intimità. Ma ciò non avviene, per il verificarsi di una serie di situazioni prevedibili ed imprevedibili, che in una maniera o nell’altra ci fanno ricordare episodi della nostra vita e ci portano quindi a sorridere, e spesso a ridere di gusto. Merito di un testo che si può definire “commedia elegantemente raffinata”, a voler dimostrare che non c’è bisogno di volgarità e doppi sensi per far ridere il pubblico; merito anche di una regia “allegra” e “spensierata”, mirata al movimento continuo nel trambusto di tre piccoli spazi scenici; e merito degli attori in scena che pur essendo alla loro prima esperienza, lasciano traspirare passione ed impegno, ingredienti che premiano sicuramente!
Claudio Tagliacozzo


"Giro di vite"

di Henry James

DRAMMA IN DUE ATTI TRATTO DAL ROMANZO
“THE TURN OF THE SCREW”

Una storia di pedofilia, di doppia pedofilia, e attuale (purtroppo) allora come ora, che racconta in maniera lieve le tristi vicissitudini di un bambino, Miles, e di sua sorella, Flora, alle soglie della pubertà, fatti oggetti di turpi attenzioni dal maggiordomo Peter Quint e dall’istitutrice, la signorina Jessel.
La signora Grose, governante di casa (Alessandro Vocaturo) crede che i suoi bambini siano ancora innocenti e si scontra apertamente con la nova istitutrice, Miss (Claudia Aufieri) di aver capito tutto l’accaduto.
Il piccolo Miles (Eleonora Simoni), però, non appare così candido come si crede e va incontro ad una fine tragica quanto ineluttabile, in una concezione del peccato dove non è il peccatore a pagare ma la sua vittima.
Quattro narratori, come un coro greco, ci portano per mano attraverso il dipanarsi della tragedia in un’ambientazione che oscilla, chiusa in una “fodera” di velluto rosso “inferno”, tra il cofanetto di gioie e il tendone di un circo.
La vicenda, comunque, è di quelle che fanno riflettere lo spettatore e i quattro narratori, truccati come pagliacci, non sono altro che clown tristi.
Claudio Aufieri

 

"Angeli all'inferno"

di Francesco Silvestri

In una baracca al limite della civiltà, rigettati dagli istituti psichiatrici, sopravvivendo in un loro ordinato caos, nello squallore di una periferia fra discariche, auto che sfrecciano e fari indagatori, troviamo tre innocenti barboni da me emblematicamente battezzati Giulia, Teresa e Mammina.
Sono tre reietti loro malgrado, dunque innocenti, dunque angeli, che scivolano nello scorrere del tempo, chiusi nel loro mondo, fra ordini impartiti, bacetti dispensati, gravidanze insperate ed il frutto di un amore restituito dalla spazzatura.
Perduti per sempre, con il loro candore violento, il loro vagare tra amore e crudeltà, nella loro recita quotidiana per virare d’altre tinte una non-vita.
In questo angolo di paradiso, fitto di citazioni ed omaggi alla drammaturgia della terra nativa del Maestro Silvestri, si intrecciano fiabe, liturgie, riferimenti biblici, scemi e santi, creaturine sperse, immacolate e diavoli, ali angeliche e rifiuti organici, il tutto tra l’acqua del mare, echi di messe e forte luce di una Luna temuta ed adorata.
E’ un frammento di presepe torbido e inquietante, con trame che procedono parallele e si intrecciano fra evocazioni del passato e proiezioni in un aldilà inconoscibile e, forse, inesistente.
“Angeli all’inferno”, è un fiorire continuo di visioni: la luna come ”una mamma bella”, un fanciullo che liberato dalle atrocità del quotidiano riesce a prendere il suo posto tra gli angeli, fino a piume, che spuntano non per caso a punire e lodare la bontà di un animo…sono voli della poesia e della fantasia, a volte surreali, altre volte docilmente fiabeschi.
“La Luna è una Mamma bella” è la chiave di tutto, o di niente. Incertezze dovute a questo dramma quotidiano, raccontato in una storia definibile per i “pignoli del Generi” come una commedia grottesca, che ha nella sua tragicità, risvolti drammatici nonché comicamente acidi.
Una regia “pratica”, per una visione “pratica” del vivere la storia, lasciando che il testo entri nelle menti e nelle ossa di chi si trova a vivere con i nostri “angeli”.
Scrupolosamente attento ad ogni spunto della piece, nella mia regia, ho rielaborato paradossalmente “Giulia” e “Teresa” dettati nell’originale dall’Autore come “Pietro” ed ”Emanuele”. Una diversa visione, quindi, che non lascia l’amaro in bocca, anzi, ci rapisce ed incuriosisce, prendendo la spinta necessaria su dogmi che affiorano lampanti: l’asessualità degli angeli, unita alla protezione materna che gli stessi, stranamente…, fanno emergere.
Un eccezionale cast, tre attrici uguali e diverse, grazie alle quali si mescolano omogeneamente tre stili derivanti da altrettanti metodi di interpretazione, con una scena capace di amalgamare, e con effetti sonori e di illuminazione sapientemente miscelati.
Da non sottovalutare assolutamente come tutto sia perfettamente raccontato con le musiche di uno tra i più imponenti veri compositori del panorama italiano: SERGIO CAMMARIERE, che con i brani del suo album “SUL SENTIERO” ha catturato ed inspirato letteralmente la regia. E’ incredibile come i suoi versi e nelle sue sonorità, sembrano aver preso vita dopo aver giocato con la mente dell’autore.
Testi talmente confacenti che è stata una scelta “felicemente forzata” quella di usare le stesse canzoni come un cantastorie, quasi a giovare lo spettatore nella ricerca della concentrazione giusta per un testo così profondo, e a dare “informazioni” ulteriori a supporto delle battute.

Un omaggio al Maestro Silvestri Francesco, autore/attore/regista,
al quale Claudio Tagliacozzo DEVE l’accendersi della morbosa passione per l’arte teatrale:
“..la Regina delle Arti..”.
Claudio Tagliacozzo

 

"Dream Cars"

 
…Ambientato in un piccolo immaginario paese della pianura padana, ma potrebbe essere localizzato in qualsivoglia altro paesino povero italiano, questo dramma sottolinea la grave crisi economica ma anche morale in cui sprofondò l’Italia dopo il ’68, quando scomparve l’euforia della rinascita dei primi anni Sessanta. Tre fratelli, ed una vecchia madre malata e ormai relegata nel suo letto al piano superiore di un’abitazione che è al tempo stesso anche luogo di lavoro, sbarcano il lunario tra inattuabili sogni e veritiere tristi realtà. Il mito italiano di “Sognando la California” si traduce per loro in uno strano “bisnes”: vendere oltreoceano macchine italiane sportive, usate ma di lusso, di cui negli States vanno pazzi. Il sogno, che si basa sulle fandonie di un loro giovane amico emigrato anni addietro, è destinato a fallire, trascinando con sé le ultime piccolissime certezze su cui i tre fratelli basano tutta la loro vita: la casa e l’officina, che rappresenta l’unica eredità paterna e l’unico loro mezzo di sostentamento. 
Intorno ai due fratelli, il pratico Pellegrino e il sognatore Ettore, e alla sorella Maddalena “regina” della casa, si muovono le piccole mogli mentre laggiù in America l’amico Ciccio, causa dello sconvolgimento, mostra un livido squarcio della miseranda vita dell’emigrato, tra sale corse, droga, prostitute.
Due ambientazioni contemporaneamente attive, con pochi oggetti a sottolineare l’essenzialità scarna di una vita di stenti, sono rese vive da una significativa messinscena (di Claudio Tagliacozzo) e in esse si materializzano i personaggi indossando abiti minimalisti (elaborati da Annamaria Grossi e Anna Orazi) al limite della dichiarata povertà mentre una chitarra sottolinea, con motivi espressamente scritti ed eseguiti appositamente da Augusto Cennamo, lo scorrere tragico della vita.
 
Del drammaturgo contemporaneo Claude Takeaway, Claudio Aufieri ha messo in scena, nella stagione 2002 – 2003, al Teatro Le Salette di Borgo, Telefono!, una commedia sulla crisi della coppia.


"Lavoro in città"













"La guerra di Martin"

…A più di dieci anni dal suo inizio, la guerra tra l’emisfero superiore e quello inferiore continua incessante senza mostrare alcuno spiraglio di conclusione. I combattenti infatti…

Proprio così ha inizio questa brillante commedia scritta dall’autore-attore-regista Francesco Silvestri in tenera età.

L’autore, che ha collaborato in passato con la compagnia, affronta ne “La guerra di Martin” temi non proprio sottili, come quello della guerra, della morte, ecc; il tutto però e rallegrato e reso più “leggero” proprio da questo personaggio, Martin: uno scemo legale, con tanto di certificato, che va contro ogni forma di guerra e di violenza svolgendo un compito inusuale ma che a volte vale più di qualsiasi altra cosa: regalare ricordi a tutti, a tutto il mondo, a chiunque in un determinato momento della sua vita possa trovarsi in difficoltà. Questo piccolo gesto può aiutare a far nascere di nuovo il sole in ognuno di noi…

 


"Il consensiente"

"Il consenziente e il dissenziente", scritto nel 1929, appartiene al periodo del "teatro didattico" di Bertolt Brecht, che rappresenta in esso uno scontro di tesi opposte e sollecita gli spettatori alla riflessione.

In quest' opera Brecht vuole insegnarci che dobbiamo "dissentire dalle antiche usanze" che ci appaiono ingiuste, e "riflettere a fondo ogni volta che la situazione cambia".

Questo è il primo spettacolo che la Compagnia (che nel 2000 prende il nome di Marionette senza Fili) ha prodotto, quando ancora tutte le attività si svolgevano all’interno dell’Istituto Tecnico e Commerciale Luigi Luzzatti di Palestrina.